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Renzo Francescotti

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Enrico Meneghelli e Franco Chiarani, pittori fra i più importanti della busa, ovvero del Basso Sarca hanno molte cose in comune oltre l'amicizia è la territorialità: è stato Chiarani, artista affermato, a introdurre Meneghelli nel mondo dell'arte, soprattutto nel circuito dei concorsi estemporanei nell'alta Italia, in cui Chiarani ha fatto incetta di primi premi, ma anche Meneghelli lo ha seguito nella scia dei riconoscimenti. Si tratta, se vogliamo, di un circuito artistico minore, tuttavia da non sottovalutare giacché grazie a queste manifestazioni-che vivacizzano anche i centri più defilati rispetto ai grandi circuiti-, gli artisti hanno modo di farsi le ossa, di fare esperienza, di incontrarsi con una grande varietà di pubblico, di conoscere critici e, da ultimo, (ma non ultimo per importanza) di gratificarsi (ma solo i più bravi) con ossigenanti riscontri economici sotto forma di acquisti-premio delle opere premiate. Ma l'amico Franco è stato anche un riferimento per Meneghelli; un modello sopratutto per il suo impegno di costante ricerca che ignora le sirene, che non si appaga mai, che continua a sperimentare, che mette al primo e unico posto l'unicità della voce dell'artista con cui tenta tormentosamente di esprimere il proprio mondo. Infine questi due pittori benacensi, ognuno per la propria peculiarità, con proprie diversità (ad esempio, in Chiarani prevale la figura umana mentre in Meneghelli è del tutto assente, così come mancano le figure animali) hanno, a mio avviso, in comune quello che io definisco "il senso della sfuggenza del mondo": vale dire che la loro costante a indagare la realtà è coniugata con il senso del distacco, dell'inafferrabilità del mondo. Benché il suo interesse per la pittura dati ai primi anni '70 è solo nell'ultimo decennio che Enrico Meneghelli vi si è dedicato con tenacia e passione. Del 2001 sono le sue prime mostre a Eraclea Mare e Borgo Valsugana. Da allora sono state però rare le sue personale e collettive: in cambio (come abbiamo detto) un numero sorprendente di mostre estemporanee. Da un pittore autodidatta , ci si aspetterebbe che le tele rivelino le acerbità, le ingenuità, gli sbalzi tematici e stilistici tipici degli autodidatti, invece....niente.
Sin dalle prime tele, Meneghelli si presenta con uno stile è un mondo suoi. Lo stile è impressionistico/espressionistico, nel senso che, delle cose, il pittore vuol darci un immagine che è - allo stesso tempo - esterna ed interna. I paesaggi che predilige dipingere sono stagni, paludi , brughiere, montagne dove tutto si mescola: acque, Teresa, rocce, vegetazioni, cieli. Sono oli anche di ampia dimensione (due metri per tre) come "canneto" o "stagno" del 2001. O alcune opere di normale formato ( cm 80x80) dal titolo "profilo" del 2005, che raffigurano btighiere con profili rocciosi sullo sfondo. Sono pitture passate attraverso un filtro intimistico (intimo, ci dice il dizionario è" ciò che è più all'interno") per materializzarsi su tela. E si sono focalizzate escludendo ogni figura umana (una pittura disantropica si potrebbe parlare), così come animale: utilizzando cromie volutamente spente, prediligendo i grigi e gli ocra, abolendo i contorni, sgranando le forme, tagliando le immagini (ad esempio riducendo gli alberi a tronchi). 
La pittura di paesaggio più comunemente apprezzata punta sui colori brillanti, sul gioco delle luci e delle ombre, sul fascino delle forme della natura. Nei quadri del nostro artista no c'è invece niente di tutto questo: la sua è una pittura che definirei fantasmatica, nel senso che delle cose ti mostra immagini non profilate, non definite, sfuggenti, inesplicabili. Ciò che interessa a Meneghelli è esprimere l'interna solitudine, la mescolanza, la sfuggenza, l'inafferrabilità della realtà.
Di qui la sua verità è il suo fascino: un fascino che è agli antipodi di quello rutilante e banale con cui veniamo in ogni istante bombardati. Dopo il ciclo che potremmo chiamare "naturalistico" questo stile-visione del mondo il pittore riva o la ha applicato anche alle sue "fabbriche abbandonate" (anche qui la fragilità delle cose, la precarietà, la solitudine) in cui utilizza cromite rossastre, o a paesaggi come " Castel Toblino", su toni calcinosi, in una pennellata franta, materica. E infine ci sono alcune tele dell'ultimo periodo in cui Meneghelli sembra approdare all'espressionismo astratto. Come in quella, eccezionale " la casa della rana". Cerchi la rana ma non la vedi (Enrico, come s'e detto, non dipinge mai uomini o animali). Tuttavia senti " l'odore dell'acqua" (come in tanti quadri di questo pittore gardesano), nell'accumulo materico-astratto intuisci, individui, riconosci forme famigliari. Puoi scatenare l'immaginazione. Ed è una di quelle opere che, ti puoi personalmente riprogrammare, così che non ti salutano mai. Un'opera misteriosa di cui sentiamo più che mai bisogno in un mondo ipersaturo di tutto come è questo nostro odierno.

Renzo Francescotti        luglio 2011